Le forme di democrazia per Aristotele


«Dunque, è stato asserito dianzi che esistono più costituzioni e per quali motivi; diciamo adesso che anche della democrazia e dell’oligarchia ci sono più forme. Questo risulta evidente da ciò che s’è detto. Ci sono più classi del popolo e dei cosiddetti notabili: classi del popolo sono una gli agricoltori, un’altra quella impiegata nei mestieri, un’altra dei mercanti occupata a vendere e a comprare, un’altra impegnata sul mare – e di questa alcuni nei combattimenti, altri nella crematistica, altri nei trasporti, altri infine nella pesca (in molti luoghi ciascuna di queste classi è molto numerosa, per es. i pescatori a Taranto e a Bisanzio, gli equipaggi ad Atene, i mercanti a Egina e a Chio, i nocchieri a Tenedo): oltre queste, c’è quella dei lavoratori manuali e quella che avendo un’esigua sostanza non può concedersi ozio, ancora, quelli che non sono liberi da parte di entrambi i genitori e qualche altra del medesimo tipo. Costituiscono differenti classi di notabili la ricchezza, la nascita, la virtù, l’educazione e altre distinzioni che rientrano nello stesso genere.Aristoteles

La prima forma di democrazia è quella così chiamata soprattutto sulla base dell’eguaglianza: ed eguaglianza la legge di tale democrazia stabilisce il fatto che non sovrastano in alcun modo i poveri più dei ricchi e che nessuna delle due classi è sovrana, ma eguali entrambe. Perché, certo, se la libertà esiste soprattutto nella democrazia, come suppongono taluni e lo stesso l’eguaglianza, si realizzeranno soprattutto qualora tutti senza esclusione partecipino in egual modo al governo. Ora poiché il popolo è numericamente superiore e la decisione dei più è sovrana, è necessario che questa sia una democrazia. Ecco dunque una forma di democrazia: un’altra è che le cariche dipendono dal censo, ma che questo è esiguo: per chi lo possiede, dev’esserci la possibilità di partecipare alle cariche, chi lo perde non può parteciparvi. Un’altra forma di democrazia è che partecipano alle cariche tutti i cittadini, di nascita incensurabile, ma impera la legge: un’altra forma di democrazia è che chiunque prende parte alle cariche, purché sia cittadino, ma impera la legge: un’altra forma di democrazia è che tutte le altre prescrizioni sono le stesse, ma sovrana è la massa, non la legge. Questo avviene quando sono sovrane le decisioni dell’assemblea e non la legge: e ciò accade per opera dei demagoghi. In realtà, negli stati democratici conformi alla legge non sorge il demagogo ma i cittadini migliori hanno una posizione preminente. Invece dove le leggi non sono sovrane, ivi appaiono i demagoghi, perché allora diventa sovrano il popolo la cui unità è composta di molti, e i molti sono sovrani non come singoli, ma nella loro totalità. E quale «plurisignoria» Omero dica «non buona », se questa o l’altra in cui sono numerosi quelli che comandano come singoli, rimane incerto. Un popolo di tal sorta, in quanto signore assoluto, cerca di esercitare la signoria perché non è governato dalla legge, e diventa dispotico, sicché sono tenuti in onore gli adulatori; una democrazia di tal fatta corrisponde in proporzione alla tirannide tra le forme monarchiche. Per questo anche il carattere è lo stesso: entrambe esercitano potere despotico sui migliori e le decisioni dell’assemblea rappresentano quel che là è l’editto del tiranno, e il demagogo e l’adulatore sono gli stessi o qualcosa di analogo. Soprattutto, poi, sono entrambi una potenza in entrambe le forme di governo, gli adulatori presso i tiranni, i demagoghi presso le democrazie di tal sorta. Ad essi risale la responsabilità che siano sovrane le decisioni dell’assemblea e non le leggi, giacché tutto riportano al popolo: avviene quindi che essi diventino grandi perché il popolo è sovrano di tutto, e del sentimento del popolo, loro: e, infatti, la massa crede in loro. Inoltre quelli che criticano i magistrati sostengono che giudice dev’essere il popolo, il quale contento accetta l’invito: di conseguenza tutte le magistrature si sfasciano. Ragionevole, quindi, sembrerebbe la censura di chi afferma che tale democrazia non è una costituzione, perché dove le leggi non imperano non c’è costituzione. Bisogna, infatti, che la legge regoli tutto <in generale> e i magistrati in particolare: ecco quel che si deve ritenere una costituzione. Di conseguenza, se la democrazia è una delle forme di costituzione, è evidente che un sistema come questo in cui tutto viene governato in forza di decisioni popolari, non è propriamente democrazia, perché non è possibile che una decisione dell’assemblea abbia valore generale.

Restino quindi definite in tal modo le forme della democrazia.»[1]


[1] Aristotele, Opere. Politica, Laterza, Bari 1973, pp. 124-126   (Politica IV(Δ) 1291b 15 – 1292a 34)

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